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Quando arriva il momento di vendere un titolo?

La storia vuole che il peggior investimento di Warren Buffett sia stato l’acquisto delle azioni Disney: negli anni ’60, Buffett aveva fiutato la potenzialità della nuova azienda fondata dal fumettista Walt Disney, ma decise di venderne le azioni qualche anno dopo, con un profitto di 2 milioni di dollari.

Ad oggi, lo stesso Buffett ricorda che quelle azioni, se fossero state mantenute in portafoglio, sarebbero valse più di 12 miliardi di dollari, con un profitto leggermente superiore a quello che ottenne Warren.

Il peggior investimento che puoi fare, infatti, non è quello in cui generi una perdita, bensì quello in cui “perdi” potenziali rendimenti astronomici. In cui, essenzialmente, hai sostenuto costi opportunità pazzeschi. Ma la domanda che viene spontanea, sulla base di questa analisi, è quando arriva il momento giusto di vendere un titolo.

 

 

1. Costi opportunità enormi nel vendere troppo presto

La stessa cosa successa a Buffett negli anni ’60 è successa al finanziere americano Barry Ritholtz che, recentemente, intervistato da Bloomberg, ha dichiarato come il peggiore affare della sua vita sia stato vendere le azioni Apple con un +300% di gain, a soli 45$ per azione.

 

 

Nell’intervista, Barry ha ricordato che, nel 2002, le azioni di Apple erano scambiate a 15$: in quel periodo, Ritholtz acquistò le azioni Apple e, dopo che le stesse salirono a 20$ rapidamente, con un profitto del 33% in poco tempo, molti iniziarono a vendere.

Ritholtz resistette alle prime avvisaglie dei broker (“Barry, up big, 33%, gotta ring the bell!”, come si dice in gergo quando è l’ora di vendere un titolo), ma dovette cedere alle pressioni quando, dopo un pullback di grandi dimensioni, il titolo arrivò a 45$ per azione e Ritholtz portò a casa una plusvalenza del +300%.

Wow, a triple!”, pensava Barry, riferendosi al gain incassato su quella operazione, senza però considerare che la strada di Apple verso il diventare l’azienda più capitalizzata al mondo era ancora all’inizio.

Come racconta lo stesso Ritholtz, tra i numerosi split azionari del titolo, la sua base di costo attuale sarebbe stata pari a 26,8 cent per azione, con un profitto potenziale del 38.000% oggi, con la capitalizzazione di Apple arrivata a 2,5 trilioni circa.

 

 

 

 

2. Quando arriva il momento di vendere?

Tutto questo ci porta a chiederci quando arriva il momento giusto per vendere un titolo, se questo possa in realtà non arrivare mai o se sia giusto tenere “per tutta la vita” un titolo che si crede abbia potenzialità disruptive.

Invero, resistere alle pressioni di vendita dopo un +300% è difficile, figuriamoci dopo aver raggiunto performance superiori al 1.000%: alla fine, siamo tutti dei Barry Ritholtz in grado forse di scovare la nuova Apple del futuro, ma non di tenerla fin tanto che basti per farla diventare la nuova Apple.

Lo stesso Buffett ha più e più volte ricordato che la vicenda di Disney non è stata la sola ad aver caratterizzato la sua vita di investitore con numerosi costi opportunità sulle spalle, ma altre volte si è scontrato con le vendite di titoli che poi nel tempo hanno realizzato grandissime performance. Il segreto, sembrerebbe essere, accettare che nella nostra vita di investitore questo “fatto” può accadere e comportarsi di conseguenza. 

Altrimenti, a causa della paura di perdere la strada che porta alla prossima Apple, potremmo sostanzialmente non vendere mai un titolo, anche tra quelli in rovinosa perdita, generando ancora più costi opportunità.

L’obiettivo è, come al solito, avere una strategia.

Alcuni utilizzano la strada del Target Price, altri invece del “bisogno impellente di liquidità“, altri ancora quello del “quando raggiungo una percentuale che ritengo soddisfacente“: in ogni caso, ognuna di queste strategie porta con sé il rischio di non riuscire a tenere la nuova Amazon, la nuova Apple o la nuova Netflix in portafoglio fino a che la nostra azione diventi davvero quel big player che volevamo. Ma, come detto, non possiamo convivere con la paura di perdere questa opportunità, in quanto, se dovessimo soccombere a questa paura, non realizzeremmo più nemmeno un gain.

Ecco perché, alla fine, forse la strada maestra sembra rimanere quella di “comprare il mercato” e investirci sostanzialmente per tutta la nostra vita, alternando acquisti periodici di single stock per generare quell’alfa che può ottimizzare il portafoglio, tenendo i titoli fin tanto che il rischio specifico che ci assumiamo è bene remunerato.

 

Gabriele Galletta
Gabriele Galletta
investimentocustodito@gmail.com

Risk Manager e Analista Finanziario. Co-fondatore di Investimento Custodito, vi tiene aggiornati con le sue analisi delle borse.



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