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La copertura valutaria serve in portafoglio?

Si sa che, spesso, quando si investe in mercati al di fuori della zona euro, soprattutto quando si investe in mercati emergenti (ma anche nella stessa America, considerata la normale e continua fluttuazione del dollaro), la domanda che spesso un investitore si pone è: ma se il cambio si deprezza troppo, questo non rischia di mangiarmi il rendimento potenziale o, peggio, di generare altre perdite?

E’ un problema molto importante, questo: in un portafoglio globalmente diversificato, dove l’investitore si espone spesso a numerose valute, oltre la valuta principale in cui il proprio portafoglio è denominato, una delle domande che più spesso l’investitore stesso si pone è proprio questa, ovverosia se l’utilizzo di coperture valutarie sia utile in portafoglio.

Ergo, la normale fluttuazione delle valute è un rischio che posso sopportare sui miei investimenti?
Oppure è un rischio che rischia (scusa per il gioco di parole) di mangiarmi troppo capitale e che quindi andrebbe coperto?

 

1. Hedging o non Hedging?

Partiamo dal presupposto fondamentale secondo cui dobbiamo subito individuare che tipo di Hedging vogliamo fare sul nostro portafoglio (ti ricordo che hedgiare vuol dire, in gergo tecnico, coprire un determinato rischio, che sia il rischio tasso, il rischio emittente o il rischio valuta).

Se vogliamo che il nostro investimento in India, in Cina, in America o in Brasile non risenta delle fluttuazioni del tasso di cambio con la loro moneta nazionale, dobbiamo acquistare una serie di strumenti che riducano o annullino questo rischio.

Mettiamo caso di voler acquistare lire turche o titoli di Stato Brasiliani: se la loro moneta nazionale si deprezza, a scadenza i riceverò denaro in una valuta con cui prima compravo, ad esempio, 80 euro, mentre adesso ne compro 40. Anche se il titolo di Stato in valuta locale offriva rendimenti elevati, l’interesse incassato comunque non ha coperto la perdita in conto capitale a causa della fluttuazione del cambio.

Come si nota,  e come già detto, questo è un problema rilevante, che spesso può essere affrontato acquistando, ad esempio, futures, currencies swap o altri strumenti derivati, oppure più semplicemente (sempre se non investiamo in singoli titoli) ETF hedgiati. 

Focalizziamo il nostro discorso sul tema degli ETF, che sono sicuramente lo strumento più largamente utilizzato, e in particolare sugli ETF hedgiati, il modo più semplice per fare copertura valutaria, al netto di strumenti derivati più complessi.

Dunque, compriamo ETF «hedgiati» oppure lasciamo che il cambio agisca sui nostri investimenti? Meglio accollarsi il rischio valutario del paese in cui investiamo, oppure meglio far fluttuare il tasso di cambio e accettare un fattore di rischio che potrebbe anche essere benefico?

Come al solito, «it depends».

Il tasso di cambio è essenzialmente un fattore di rischio variabile da cui potrebbe dipendere il nostro rendimento complessivo. Acquistare un ETF hedgiato significa sostanzialmente limitare l’impatto di quel fattore di rischio, che però non è detto sia in futuro negativo. E, soprattutto, questa attività richiede dei costi non indifferenti (cosa da considerare anche quando ci copriamo con strumenti derivati).

La risposta alla domanda se scegliere o meno ETF hedgiati non è univoca e dipende dalla funzione che lo strumento ha in portafoglio e, in secondo luogo, dalla strategia che si sta seguendo. Volendo essere precisi, la scelta sulla presenza o meno della copertura valutaria dipende sia da che tipo di strumento compriamo, sia dall’orizzonte temporale.

Ad esempio, se compriamo obbligazioni, come nell’esempio dei titoli di stato brasiliani o delle lire turche, l’impatto del tasso di cambio sarà molto maggiore rispetto ad investimenti azionari, per il semplice motivo che la variabilità del tasso di cambio stesso incide molto più sul rendimento complessivo: quando compriamo bond in valuta, in sostanza, il nostro investimento diventa quasi totalmente una «scommessa» sul tasso di cambio.

 

 

 

2. Il caso degli ETFs azionari hedgiati

Se invece acquistiamo azioni, l’impatto del tasso di cambio dipenderà più che altro dall’orizzonte temporale considerato. Gli ETF hedgiati generalmente hanno, nel nome, il suffisso HDG o Hedged.

Nel breve periodo, il tasso di cambio potrebbe essere rilevante sul rendimento complessivo e strumenti hedgiati potrebbero fare meglio di strumenti non hedgiati.

 

 

 

 

Allo stesso tempo, nel breve periodo, quando acquistiamo single stock, la performance potrebbe essere ridotta dall’andamento del cambio e in quel caso, potrebbe convenire coprirsi dal rischio cambio (con quale derivato).

Invece, nel lungo periodo la situazione si capovolge: da una parte, strumenti ETF non hedgiati restituiscono in genere rendimenti molto superiori agli strumenti hedgiati. Questo accade, in primis, perchè gli strumenti hedgiati permettono una compensazione automatica e naturale del sottostante che gli strumenti hedgiati non hanno (costi impliciti dell’hedging).

Dall’altra parte, sulle azioni, la performance che nel lungo periodo una single stock dovrebbe generare copre ampiamente il rischio cambio, che diventa ininfluente (e che, teoricamente, dovrebbe poi essere neutrale, nel lungo periodo).

Tornando agli ETF hedgiati, oltre ai costi impliciti legati alla compensazione del sottostante, esistono anche i costi espliciti dell’hedging, legati al semplice fatto che strumenti hedgiati costano molto più di strumenti non hedgiati. Nel breve periodo, questo costo maggiore potrebbe essere anche sostenibile, ma nel lungo periodo rischia di essere troppo alto e pesare troppo sul rendimento.

 

 

 

Ma questo discorso lo possiamo fare anche se utilizziamo single stocks e stiamo operando coperture dinamiche: qualsiasi strumento utilizzeremo per coprirei, sia esso derivato o no, avrà un costo, implicito o esplicito. se ad esempio compriamo azioni indiane e abbiamo paura che il cambio, nel breve, deprima il nostro rendimento, possiamo pensare di shortare Titoli di Stato indiani: ma questa operazione ha comunque una serie di costi impliciti, se il tasso di cambio dovesse invece apprezzarsi.

Ricapitolando, se acquistare ETF obbligazionari hedgiati, oppure coprisi dalle fluttuazioni del cambio quando acquistiamo bond in valuta, ha poco senso (in quanto, se li acquistiamo, dovrebbe voler dire, a rigor di logica, che vogliamo prendere posizione su una specifica valuta), quando invece acquistiamo ETFs azionari, o azioni, il discrimine potrebbe essere la durata dell’investimento: se investiamo a lungo termine, la copertura valutaria potrebbe non avere senso.

 

 

Gabriele Galletta
Gabriele Galletta
investimentocustodito@gmail.com

Risk Manager e Analista Finanziario. Co-fondatore di Investimento Custodito, vi tiene aggiornati con le sue analisi delle borse.