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Shortage Microchip: chi se ne avvantaggerà?

Bullet Point

  • Cosa sta succedendo con la crisi dei semiconduttori

  • Cosa comporterà nel medio periodo per i prezzi dei microchip

  • Quali azioni potrebbero avvantaggiarsene

 

1. Ci siamo persi i microchip per strada

L’impianto FCA di Melfi ha annunciato, qualche giorno fa, il blocco della produzione fino al 10 maggio, con la conseguenza di aver posto i suoi circa 7.000 dipendenti in cassa integrazione. Daimler – casa costruttrice Mercedes – e Peugeot avevano già annunciato, dal canto loro, una riduzione di produzione per una crisi, che al momento, non vede soluzione. Una crisi che potrebbe anche minare le prospettive di crescita.

La crisi dei semiconduttori rischia di colpire tutto il mondo produttivo, dal settore automotive, che con la mancanza di microchip installati sulle centraline elettroniche dei veicoli e fondamentali per il funzionamento di ogni vettura ha visto rallentare la produzione, fino ai produttori dei diversi device che ogni giorno utilizziamo, quali smartphone, tv, computer oppure semplici apparecchi per casa: ad esempio, recentemente il super CFO di Apple, Luca Maestri, ha ricordato che i limiti di fornitura dei microchip stanno riducendo le vendite di iPad e Mac, nonostante nel primo trimestre dell’anno le vendite di Apple abbiano toccato nuovi record.

Due fattori stanno giocando un ruolo centrale sulla crisi dei semiconduttori che sta investendo il mondo: in primo luogo, il boom di dispositivi elettronici che si è osservato durante la pandemia, per l’aumento dello smartworking, ma anche solo per le nostre mutate condizioni di vita. Questo boom di domanda, al momento, non è soddisfatto dall’industria dei semiconduttori. In secondo luogo, le tensioni commerciali tra USA e Cina di inizio 2020, dove si concentra gran parte della produzione di semiconduttori (oltre che, ad esempio, in Taiwan).

Dopo ad esempio le sanzioni a SMIC (produttore cinese di chip) volute da Trump, i cinesi (ed Apple) hanno sostanzialmente fatto incetta di semiconduttori (overstocking), levando dal mercato un gran numero di componenti. Il boom della domanda di chip post-pandemia ha fatto, poi, il resto.

Quello che è ormai ben noto a tutti, osservando questa crisi, è che l’industria dei semiconduttori non riesce ad aumentare la sua produzione in poco tempo, in quanto spesso caratterizzata da scarsa elasticità: ad esempio, come riporta Bloomberg, i chip vengono prodotti in ambienti altamente controllati noti come “fabs”, dove granelli di polvere e temperature inadeguate potrebbero danneggiare i semiconduttori. Costruire un ambiente sensibile, obbligatorio per le fabbriche di hip, costa miliardi di dollari e può richiedere anche anni.

Ma il settore più colpito, per ora, è quello auto. Secondo un rapporto Deloitte, l’elettronica per auto, che include di tutto, dagli schermi LCD ai sistemi di sicurezza, dovrebbe rappresentare il 45% del costo di produzione di un’auto entro il 2030. Nel 2018, le case automobilistiche hanno utilizzato circa $ 40 miliardi di chip, secondo Digitimes Research e, sempre secondo Deloitte, i prezzi dei semiconduttori dovrebbero salire del 25% in un solo anno.

A riprova della carenza dell’offerta, che potrebbe spingere verso l’alto i costi di produzione (e i ricavi delle aziende produttrici), vi sono le parole di StMicroelectronics, secondo cui la capacità produttiva a livello mondiale è attualmente satura e sarà ben al di sotto del livello globale della domanda dei clienti almeno per i prossimi sei mesi e, molto probabilmente, per l’intero anno 2021

 

2. Ma chi ci guadagna?

L’aumento dei prezzi di un elemento così importante per tutta la supply chain globale potrebbe comportare un risalita pericolosa dei costi di produzione generalmente intesi e, quindi, dell’inflazione, a partire dai quei beni di largo consumo che tutti conosciamo. Ma potrebbe anche significare un aumento di ricavi per le aziende produttrici di microchip, facendo attenzione a quelle che riescono ad essere “integrate verticalmente”.

Molte aziende attive nel settore dei semiconduttori si limitano alla produzione tech (come Qualcomm), ma non a gestire tutta la produzione del chip in modo verticale e integrato. Tra queste, invece, Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è la più grande fabbrica indipendente di semiconduttori al mondo (quasi 60% della produzione globale), che infatti in questo anno ha visto schizzare le proprie quotazioni verso l’alto e che oggi si appresta ad aumentare la propria produzione in USA con l’apertura di TSMC Arizona e l’assunzione di 250 nuovi dipendenti. Ma anche la nostra STM, già sopra menzionata, merita di essere annoverata tra le aziende integrate verticalmente nella produzione di chip…

 

Gabriele Galletta
Gabriele Galletta
investimentocustodito@gmail.com

Risk Manager e Analista Finanziario. Co-fondatore di Investimento Custodito, vi tiene aggiornati con le sue analisi delle borse.