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Il lato oscuro dei PIR: perchè e quando (non) vanno acquistati

Il lato oscuro dei PIR: perchè e quando (non) vanno acquistati

Uno degli strumenti d’investimento recentemente più venduti e proposti dalle banche – sicuramente ti sarà capitato anche a te - sono i Piani Individuali di Risparmio (PIR), strumenti introdotti su idea del ministro Padoan (governo Gentiloni), con l’obiettivo di incentivare l’investimento delle famiglie italiane nelle piccole e medie imprese del nostro paese.

E liberare quindi queste ultime dalla dipendenza asfittica (tipica del nostro paese) dal credito bancario.

A parte l’intento nobile che i PIR avevano (ed in parte anche raggiunto), la convenienza ad investire in tali strumenti di investimento viene presentata dal classico venditore bancario in termini di “vantaggi fiscali” (che purtroppo molto spesso non vengono spiegati bene e compresi altrettanto bene dal cliente).

Recentemente, i PIR sono stati caratterizzati da una nuova modifica strutturale, dalla finanziaria ad opera lega-cinque stelle, che rischia di peggiorare ancora la situazione già delicata dello strumento, in termini di convenienza ad inserirli in portafoglio.

I dati, però, ci dicono che la vendita dei PIR è andata a gonfie vele, piazzati soprattutto attraverso il canale bancario (come sempre accade nel nostro paese).

 

La raccolta dei PIR

Ma quindi, perché possono rilevarsi uno strumento pericoloso e perchè non sempre i vantaggi che la banca propone sono effettivi?

Innanzitutto, il vantaggio fiscale che viene “venduto” è solo potenziale, non effettivo: se tali strumenti ti sono stati proposti in banca o da qualche promotore finanziario, è molto probabile che il vantaggio fiscale ti sia stato proposto in termini di “minori tasse” da pagare – in modo molto generico.

Ma quali tasse?

E quanto “meno”?

E come?

Le imposte – e non tasse - da pagare in meno grazie ai PIR sono le imposte da corrispondere allo Stato sulle plusvalenze realizzate su strumenti finanziari, pari al 26% della plusvalenza realizzata: se grazie al PIR, a scadenza, si ottiene una plusvalenza sull’investimento, non saranno dovute imposte sulla stessaSi nota subito come il vantaggio fiscale promesso dai Piani individuali di risparmio sia solo potenziale, e non effettivo, anche se venduto come “certo”: poco interessa all’ignaro risparmiatore se quel vantaggio fiscale è potenziale, quando invece viene percepito come effettivo.

Quindi, ricapitolando, soltanto se alla fine dell’investimento ci sarà una plusvalenza, il PIR restituirà un vantaggio fiscale, visto che quella plusvalenza non sarà sottoposta all’imposizione classica del 26%: oltretutto, il vantaggio fiscale è proporzionale alla plusvalenza ottenuta, con il risultato che non sarà definibile ex-ante nemmeno nell’ammontare.

Ma tutto questo non viene ovviamente detto.

Un altro paletto da considerare (spesso tralasciato) è che i PIR offrono tale vantaggio fiscale soltanto se l’investimento è rimasto in portafogli per un periodo almeno pari a 5 anni: tale norma, in realtà, serviva sicuramente a “stabilizzare” la scelta d’investimento del risparmiatore (così rischiosa) al fine di fare rispettare l’orizzonte temporale corretto; purtroppo, in un paese in cui l’orizzonte temporale degli investimenti fatica a superare l’anno, tale limite rischia di far svanire ancora maggiormente il beneficio fiscale.

 

La struttura dei PIR

Ma dove sta il vero rischio dei PIR?

Le problematiche dei PIR come strumenti di investimento non finiscono di certo qua: anzi, le loro maggiori problematiche , acuiti dall’ultima riforma, stanno nell’elevata concentrazione di rischio insita negli stessi.

Spiego meglio.

Se ti sono stati proposti questi prodotti devi sapere che non solo sono prodotti spiccatamente azionari, ma fanno riferimento ad un mercato solitamente considerato ben più rischioso di quello azionario generale, ossia quello delle Piccole e medie Imprese (SME in inglese, Small and Medium Enterprise).

Questo tipo di mercato è caratterizzato da tassi di volatilità ben più ampi del classico mercato azionario, per la semplice ragione che è composto da aziende piccole con potenziali di rendimento maggiore, sì, ma sicuramente più “fragili” e con tassi di fallimento maggiori.

Un investimento azionario del genere, in piccole e medie imprese, nei portafogli che costruiamo non supera mai il 3-5% del capitale complessivo: a molti risparmiatori i PIR sono stati proposti come investimento unico per il proprio capitale, con una concentrazione di rischio molto pericolosa.

La riforma voluta dalla Legge di Stabilità 2018, inoltre, ha introdotto un ulteriore requisito che dovranno avere i PIR: dovranno investire il 3% almeno del loro patrimonio in aziende non quotate.

 

Le riforme del governo sui PIR rischiano di aumentare il rischio implicito di tali strumenti

Gli esponenti del governo gialloverde promuovono questa innovazione come una grande possibilità, da una parte, per le aziende italiane di ricevere freschi finanziamenti e, dall’altra, per i risparmiatori italiani, di investire nelle aziende del territorio, così importanti per il substrato economico nostrano.

Purtroppo, investire in aziende non quotate è molto, ma molto pericoloso, attività che un piccolo risparmiatore non dovrebbe MAI fare, a causa della scarsissima liquidabilità dell’investimento e della scarsa trasparenza. 

Tale misura fa sì che lo strumento PIR diventi totalmente improponibile per il piccolo risparmiatore (tralasciando il fatto che le società di gestione, che costruiscono questi PIR, sosterranno costi di informazione molto elevati per investire in società non quotate e, o scaricheranno tali costi sul cliente, oppure rinunzieranno a creare tali prodotti, diventati inconvenienti).

Altri rischi dietro l'angolo.

I PIR, come se non bastasse, sono caratterizzati da un ulteriore rischio spesso bypassato, ossia un elevato “rischio paese”: le aziende in cui si investe sono giocoforza solo aziende italiane e le instabilità politiche ed economiche del nostro paese classiche, a cui siamo molto abituati, finiranno per impattare di molto sul nostro investimento.

Con un PIR in mano, durante congiunture negative di mercato, ci si potrebbe trovare con perdite che vanno dal -20% (per i PIR meno rischiosi) fino a perdite nell’ordine del 35-40% (per i PIR più rischiosi): rischi troppo elevate per i risparmiatori, che, lo sai bene, puntano a ridurre ogni forma di rischio possibile, a fronte di un rendimento soddisfacente ma quanto più possibile costante (un po’ gli obiettivi della Strategia di Investimento Permanente).

 

La soluzione proposta da Invesco per sfruttare i benenfici dei PIR grazie agli ETF

Quindi, quando i PIR vanno acquistati e quando è meglio tenersi alla larga?

Traendo le conclusioni, un investimento del genere, con una elevata specializzazione di rischio di mercato e di rischio paese non può superare il 2-2,5% del capitale: i rischi insiti, in un’analisi costi-benefici (che ultimamente va di moda) annullano completamente il potenziale vantaggio fiscale ricavabile.

Va da sé che chi non gode di grandi patrimoni dovrebbe stare alla larga dai PIR: essi possono diventare uno strumento invece interessante, per godere di alcuni vantaggi fiscali, per patrimoni di ingenti dimensioni, che possono permettersi ampie diversificazioni e destinare una piccola parte del patrimonio ad investimenti ad elevata specializzazione. 

Per questi, i PIR possono essere un’alternativa di investimento, stando attenti solo che i costi degli strumenti proposti dalla propria banca non elidano tutto il rendimento (perdendo anche il vantaggio fiscale): a riguardo, col proprio consulente (meglio se indipendente), è possibile trovare sul mercato anche alcuni ETF che riducano di molto i costi gestionali. 

Nell'immagine di cui sopra, la casa d'investimento Invesco propone un portafoglio che possa beneficiare dell'effetto dei PIR, riducendo comunque il rischio implicito degli stessi e, soprattutto, riducendo i costi di gestione (i PIR bancari possano arrivare a costare anche il 2000% in più degli ETF).
Per sapere come fare, per questi patrimoni, è possibile richiedere una consulenza preventiva sui porpri investimenti (vai alla pagina).

Per i piccoli e medi risparmiatori, il PIR non è uno strumento proponibile: molto più efficiente un investimento che riduca le possibili perdite potenziali (a cui un PIR è sottoposto) e punti invece ad un rendimento costante nel tempo. Per questi, come detto, i benefici fiscali ottenibili vengono compensati dagli elevati rischi degli stessi, difficilmente diversficabili.

Andrea Gabriele

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