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[Case Study] Volkswagen – Come si investe in azioni

[Case Study] Volkswagen – Come si investe in azioni

“Il mercato azionario può rimanere irrazionale molto più tempo di quanto tu possa rimanere liquido”.

Ma, aggiungo io, nel lungo periodo tornerà ad essere razionale e a prezzare correttamente gli asset.

Questa frase di Keynes riassume alla perfezione le principali caratteristiche dell’investimento azionario, che tutti dovrebbero ricordare: il genio è proprio questo, riuscire a riassumere in tre parole concetti che avrebbero bisogno di un intero libro.

In questo articolo, voglio riassumere il caso studio di un’operazione effettuata su Volkswagen, utilizzando i principi del Value Stock Investment, servizio attraverso cui consigliamo ai nostri clienti l’investimento in titoli azionari che vengono sotto prezzati dal mercato, cercando di lucrare su questa temporanea “irrazionalità” degli operatori.

Conosciamo tutti la casa automobilistica tedesca.

Conosciamo meno la dinamica dell’andamento della sua quotazione (se non sei nostro cliente); ancora meno la dinamica dell’andamento di fatturato e utili della casa tedesca.

Ebbene, Volkswagen è stata sempre un’azienda da noi seguita e che ci ha regalato, in tempi non sospetti, grandi soddisfazioni, con plusvalenze a doppia cifra.

Stiamo parlando di una multinazionale con utili di miliardi di euro, attivi per più di 100 miliardi, un ROI maggiore al 7% e livelli di indebitamento da sempre tra i più bassi del settore.

Ebbene, Volkswagen nel 2018 si ritrova, come tutto il settore automobilistico, impantanata in una crisi di consenso e fiducia causata dalla guerra commerciale USA-Cina-Germania, che aveva come obiettivo primario proprio quello di colpire in primis l’auto tedesca.

In alcuni casi questa crisi porta a forti flessioni degli utili – vedi il caso di Daimler – e conseguenti rilevanti perdite in borsa; in altri casi, la guerra commerciale Usa – Cina porta sì una flessione dei ricavi, ma non tale da giustificare perdite in borsa nell’ordine del 30%.

Di conseguenza, la flessione di Volkswagen era una flessione sostanzialmente dovuta all’irrazionalità del mercato – che vedeva in quel momento un possibile acuirsi della crisi commerciale – ma era dovuta soprattutto ad un altro fattore chiave: i titoli auto sono titoli “ad elevato beta”, ovvero titoli che risentono molto di quello che succede al di fuori di essi (il beta è un indicatore che misura proprio la correlazione tra il mercato generale e il titolo stesso). Di conseguenza, con tutto il mercato auto in subbuglio, anche se la situazione economica-finanziaria di Volkswagen era lodevole, le sue quotazioni risentirono parecchio della guerra commerciale parecchio.

Ma, come detto, i dati di bilancio di Volkswagen continuavano ad essere ottimi, da non poter giustificare affatto una sua vendita in quel periodo, neanche con perdite del 15-20%.

Questo era quello che scrivevamo nelle nostre valutazioni e nei nostri report di periodo ai nostri clienti:

Come si vedrà, alcuni titoli presentano valori di mercato che non giustificano affatto i loro fondamentali economici: tali valori negativi sono dovuti in larga parte alla contrazione degli utili rispetto ai valori del 2017, contrazione che ha determinato (come sempre accade) una riduzione più che proporzionale dei prezzi di borsa. Il nostro obiettivo rimane quello di verificare ancora la solidità delle società e la loro capacità di tornare, in un arco temporale medio lungo, ai prezzi precedenti, sfruttando queste fasi negative”.

In sostanza, dicevamo quello che bisognava fare in quelle situazioni di forte crisi: valutare attentamente i titoli oggetto di analisi e, se il prezzo attuale di mercato fosse stato molto inferiore al valore intrinseco del titolo, acquistare. Al fine di sfruttare quella situazione di irrazionalità del mercato.

(N.B. Non tutti hanno potuto acquistare Volkswagen per una ragione molto semplice: durante questa operazione di ri-bilanciamento e “mediazione” dei prezzi, era anche necessario mantenere un equilibrio generale di portafoglio e un’attenta diversificazione. Alcuni, acquistando Volkswagen, avrebbero aumentato di molto la loro esposizione sul titolo e questo non sarebbe stato coerente con la riduzione del rischio specifico).

L’operazione da fare era, quindi, chiara, ma un altro concetto sottolineavamo ai nostri clienti: l’investimento azionario ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti.

Sempre nelle relazioni di cui sopra, infatti, scrivevamo ai nostri clienti:

“Ovviamente, come sopra detto, queste operazioni possono dare il loro frutto tra 3 mesi, se il recupero continuerà, oppure tra cinque anni, se affronteremo altri periodi negativi. L’importante è sempre accumulare azionario quando i prezzi diminuiscono. Nel lungo periodo, come la statistica ci dimostra, questa strategia è premiante.”

La strategia di cui parlavamo era quella proprio di accumulare azionario quando i prezzi scendono, sfruttando i disallineamenti temporanei tra valore e prezzo: ma questa strategia può dare i suoi frutti subito (come è stato), oppure dopo molto tempo.

Perché il mercato, appunto come diceva Keynes, può rimanere irrazionale per molto tempo (ecco anche perché per investire in azioni “singole” bisogna essere dotati di un buon capitale per rimanere sempre liquidi e solvibili).

All’inizio della crisi del 2008, nessuno poteva sapere quanto quella crisi sarebbe durata. Se tre mesi, sei mesi o un anno (e chi lo voleva far credere era un cialtrone). L’importante era continuare ad accumulare azionario quando i prezzi scendevano.

A dicembre, nessuno sapeva se quella breve risalita del mercato (dopo due mesi terribili) sarebbe stato il preludio di una nuova fase di recupero monstre che sarebbe durata fino a Pasqua: i “maghi” del Sole24Ore, durante il loro ennesimo orgasmo da predizione, il 22 dicembre 2018 scrivevano questo.

La verità è che la strategia da seguire è sempre la stessa: nessuno sa cosa farà il mercato domani o tra un anno; l’importante è accumulare quando i prezzi scendono (sui titoli che valgono) e ri-bilanciare il rischio (ricordate l’ultimo articolo?) in periodi di calma.

Andrea Gabriele

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