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ETF con o senza copertura valutaria?

ETF con o senza copertura valutaria?

Se ti sei mai chiesto se i tuoi investimenti oltre Europa possono essere influenzati dal tasso di cambio e dalle sue fluttuazioni, la risposta è sicuramente “si”. Ma quanto può essere influente il tasso di cambio? Conviene “coprirsi” con i classici ETF “hedgiati”?

Iniziamo specificando subito come sia necessario non confondere la copertura valutaria si un ETF con la sua valuta di quotazione: un ETF sugli indici di borsa americani o giapponesi, cioè, al cui interno abbiamo aziende che commerciano e incassano in dollari o yen, può essere negoziato in Euro senza copertura valutaria.

In questo caso, l’euro è la valuta di negoziazione dell’ETF, non la valuta di riferimento dell’indice; lo stesso ETF lo potremmo ritrovare quotato in dollari e farebbe sempre riferimento ad aziende USA che negoziano in dollari, ma cambieremmo solo la valuta in cui dobbiamo acquistare l’ETF.

Operativamente, la valuta dell’ETF è importante solo per sapere in che moneta lo dobbiamo negoziare: se vogliamo comprare un ETF sul Nikkei in Yen, dobbiamo prima cambiare i nostri Euro in Yen e poi acquistare l’ETF; ovviamente, un ETF sul Nikkei in Yen non avrà copertura valutaria (su cosa poi?) e quindi saremmo sottoposti nuovamente al rischio cambio nel momento in cui dovremo convertire nuovamente gli Yen in Euro.

Specificato questo “problema” tecnico, andiamo a capire se conviene o meno mettere in portafoglio ETF con copertura valutaria oppure no.


Scegliere o non scegliere gli ETF HDG?

Un ETF che presenta copertura valutaria generalmente nel suo nome deve trovare indicazioni del termine “HDG” oppure “Hedged”; altre volte, è possibile trovare anche la locuzione “Daily” o “Monthly”, la quale fa riferimento alla frequenza operata per la copertura.

Le sorti del tuo investimento (se fai investimenti fuori dall’eurozona) dipendono in sostanza da due variabili (lasciando stare il market timing):

  • andamento del prezzo del sottostante che compone l’indice
  • il tasso di cambio tra la valuta del sottostante (l’indice americano è espresso in dollari e le aziende al loro interno negoziano dollari americani) e la nostra valuta, ossia l’euro.

se si sceglie di investire in ETF Hedged in sostanza si rinuncia alla seconda variabile, perché si va ad annullare l’effetto cambio, dato che riuscirai ad investire in titoli denominati in dollari come se fossero espressi in euro.

Questo è il grande vantaggio di un ETF con copertura valutaria, ossia andare a eliminare una variabile dal tuo investimento: variabile che potrebbe diminuire la tua performance se il dollaro si indebolisce nei confronti dell’euro (mentre se il dollaro si rafforza, un ETF senza copertura valutaria se ne avvantaggia).

Ma vediamo un pò di grafici, confrontando due ETF di Amundi con e senza copertura valutaria a differenzi orizzonti temporali.



Come si può notare, ad un anno l’ETF con copertura ha fatto meglio del suo omologo senza copertura, poichè l’indebolimento del dollaro successivo al sell-off di marzo ha avvantaggiato l’ETF con copertura.



A dieci anni, invece, la situazione cambia: la performance dell’ETF senza copertura è stata molto superiore, questo a causa degli svantaggi che un ETF con copertura presenta (di cui ora parliamo).



Gli svantaggi delle copertura

Il primo svantaggio sono ovviamente i costi, che noi sappiamo bene avere, nel lungo periodo, un’incidenza importante: l’ETF di Amundi con copertura ha un costo di gestione pari allo 0.28% all’anno, mentre l’ETF senza copertura solo dello 0,15%. Parliamo di una differenza quasi doppia.

Il secondo svantaggio sono i costi impliciti di un ETF con copertura, che pesano anche più dei costi espliciti (quelli visti prima).

La copertura del rischio di cambio non permette la compensazione dell’andamento del sottostante.

La borsa statunitense si rivaluta quando il dollaro americano cala (basti pensare come con un dollaro più debole aumentino le esportazioni per le imprese americane dato che da fuori è più conveniente comprare) e succede l’inverso quando il dollaro si rivaluta: questo significa che il ribasso delle quotazioni nel caso di un etf Hedged non viene compensato dalla rivalutazione del dollaro americano nei confronti dell’euro.

Inoltre, un ETF Hedged ha paradossalmente un minore drawdown di un ETF non Hedged, in quanto quest’ultimo si avvantaggia dell’apprezzamento del dollaro in una situazione generale di sell-off (come mostrato nel grafico sopra).




Morale della favola?

La morale è molto semplice: con la copertura valutaria gli investitori hanno sicuramente una variabile in meno di cui preoccuparsi, ma a causa di costi (alcuni facilmente visibili altri no) e una minore diversificazione, gli ETF “Hedggiati” sono prodotti meno redditizi di prodotti analoghi senza la copertura valutaria, soprattutto nel lungo periodo.

Ergo, se il nostro investimento ha un ridotto orizzonte, potrebbe convenire coprirsi dalle fluttuazioni del cambio e in un certo senso “speculare” sulle stesse.



Ad esempio, in questo caso si è scelto di puntare su un ETF con copertura per sfruttare le fluttuazioni del cambio EUR/YEN e ottenere una performance molto più forte: ma tutto ciò, come visto, vale nel breve periodo.

A meno di specifiche esigenze di carattere personale, riteniamo sia da evitare utilizzare la copertura.

In questo modo riusciremmo generalmente ad avere un maggior rendimento nel lungo periodo. Inoltre andando a coprirsi si rinuncia alla diversificazione offerta dalla possibilità di investire in più valute: infatti, il discorso è stato condotto principalmente verso il dollaro, ma un operatore potrebbe pensare bene di coprirsi da tutti i rischi di cambio.

E lì, costi e difficoltà operative potrebbero divenire una mannaia per il portafoglio

Gabriele Galletta
Risk Manager e Analista Finanziario. Co-fondatore di Investimento Custodito, vi tiene aggiornati con le sue analisi delle borse.

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