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Chi c’è dietro al crollo del Nasdaq di settembre?

Chi c’è dietro al crollo del Nasdaq di settembre?

Dopo un’estate in cui il mercato statunitense ha mostrato tutta la sua forza, settembre si è aperto con una pesante flessione nei principali listini americani, -10% per il Nasdaq -10%, -7% per l’indice S&P500. Ma chi ci sta dietro questa flessione?

Non voglio solo limitarmi a mostrarvi i fatti accaduti, voglio anche condividere con voi la causa di questo evento e per comprenderla al meglio dobbiamo fare un passo indietro, proprio a quest’estate quando gli indici USA sembravano inarrestabili.


Cos’è successo?

Durante il secondo trimestre 2020 e l’inizio dell’estate, SoftBank, una holding di investimento giapponese, ha investito corposamente nelle principali società del Nasdaq (le società tecnologiche).

Durante il mese di agosto, invece, SoftBank ha pensato di aumentare il prezzo delle azioni su cui aveva investito utilizzando una rischiosa operazione speculativa attraverso strumenti finanziari derivati.

Infatti, la società d’investimento ha acquistato un’enorme quantità di opzioni call sulle azioni che erano in suo portafoglio.


Le opzioni Call

Per chi non lo sapesse le opzioni call sono strumenti finanziari derivati che offrono il diritto di acquisto dell’azione sottostante in una data futura ad un prezzo stabilito alla sottoscrizione dell’opzione. L’investitore per avere questo diritto paga un premio.

Dal grafico che ci propone il Financial Times notiamo come negli ultimi mesi il volume delle singole opzioni call su azioni sia cresciuto molto velocemente (linea rosa).



Se, al raggiungimento della data futura, il prezzo dell’azione sottostante sarà più alto del prezzo stabilito dall’opzione, per l’investitore sarà conveniente esercitare il proprio diritto. Nel caso in cui, al contrario, il prezzo dell’azione sarà più basso, l’investitore non eserciterà il proprio diritto perdendo il premio pagato.

Per esempio, un’opzione call ci dà il diritto di acquistare in futuro le azioni Apple al prezzo di 150 $. Se, al momento di esercitare l’opzione, il prezzo dell’azione fosse pari a 100 $ per noi non sarebbe conveniente. Mentre se il prezzo dell’azione fosse pari a 200 $, saremmo assolutamente convinti e contenti di esercitare il nostro diritto.


La strategia di Softbank

La strategia di SoftBank si basa sul comportamento per il quale le banche o, in generale, chi vende le opzioni (market maker) adoperano per non rischiare di vendere in futuro un’azione ad un prezzo più basso rispetto a quello di mercato.

Per proteggersi da questo rischio i market maker comprano le azioni sottostanti nel momento in cui l’opzione call viene venduta: in questo modo, nel caso in cui il diritto di opzione venisse esercitato, il market maker venderebbe all’investitore l’azione che già possiede, senza doverla acquistare ad un prezzo più alto rispetto al prezzo di vendita stabilito.

Utilizzando la sua enorme potenza di fuoco SoftBank ha sostanzialmente effettuato delle operazioni che hanno «direzionato» i mercati, guadagnandosi il soprannome “Nasdaq whale” (balena del Nasdaq). Indiscrezioni affermano che la speculazione di SoftBank sia pari 4 miliardi di $ di opzioni call, su un sottostante di valore pari a 50 miliardi di $. Queste enormi cifre hanno alimentato il meccanismo spiegato sopra e l’ottimismo degli investitori.

Nel mese di agosto l’azione Tesla ha guadagnato circa il 70%, Apple il 25%, Google (Alphabet) il 15%: prestazioni da capogiro.

Ma Softbank non era l’unico operatore a contribuire alla crescita mostruosa di derivati in opzioni sul Nasdaq.


Una prassi quasi comune…

Infatti, a proposito di Google, Michael Burry, gestore di hedge fund e famoso al grande pubblico per la sua scommessa vinta contro il mercato subprime nel 2007/2008, che lo ha reso protagonista del film «The Big Short», negli ultimi mesi attraverso il suo fondo ha acquistato grandi quantità di opzioni call. Pensate che il 36% del patrimonio del suo fondo è rappresentato da un’opzione call su Google, per un controvalore di circa 113 milioni di $. Non sono, ovviamente, le cifre che ha mosso SoftBank, ma anche lui, nel suo “piccolo”, ha contribuito al rally estivo delle big tech utilizzando la medesima strategia

I Sec Filings del fondo di Burry: si noti la posizione in opzioni su Alphabet



La bolla creatasi in questa situazione di grandi speculazioni è scoppiata, ad inizio settembre, quando SoftBank ha deciso di monetizzare i profitti ottenuti sulle opzioni, vendendole. Dato che il prezzo del sottostante era cresciuto tanto, le opzioni avevano acquisito molto valore.

Questa operazione di vendita ha lanciato un forte segnale ribassista al mercato, che ha risposto con le flessioni dell’ultimo periodo (in realtà il mercato, in una evidente fase di ipercomprato, aspettava da tempo un segnale per monetizzare i profitti e rifiatare).

Nonostante SoftBank abbia ottenuto un profitto di 4 miliardi di $ dalla sua speculazione aggressiva, secondo il Financial Times, la società è comunque finita nell’occhio del ciclone per aver utilizzato una strategia estremamente rischiosa, non adatta ad una holding di investimento, ma più consona ad un hedge fund. Gli azionisti chiedono ancora spiegazioni, che i piani alti della società dovranno dare per non perdere la loro reputazione.

Luca Gherlone

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