Perchè gli speculatori attaccano le valute (come in Argentina)?

Se al risparmiatore italiano ricordi l’Argentina, la sua mente finirà gioco forza allo spettacolare default dei primi anni duemila del paese sudamericano. E, ovviamente, ai milioni di lire bruciati nelle operazioni in Tango Bond, che le banche nostrane promuovevano.

Come ieri hanno promosso le lire turche.

Poi, una crisi valutaria colpisce il paese.
E i tuoi Tango Bond, o le tue lire turche, non valgono più nulla.

Perché lo abbiamo detto mille e una volta: gli investimenti in Titoli di Stato in valuta sono SOLO una speculazione sulla valuta stessa di emissione del titolo. Il rendimento c’entra poco, se non nulla.

Appena abbiamo terminato di raccontare la crisi turca (e soprattutto le sue menzogne), non abbiamo fatto in tempo ad archiviare quella vicenda che subito ne abbiamo dovuto raccontare un’altra.

La crisi dell’Argentina.
L’eterna crisi dell’Argentina.

Ma perchè gli speculatori attaccano le valute dei paesi, specie se emergenti?

Cosa accade nel mercato per giustificare questi crolli valutari?

Andiamo per ordine.

Ad un anno e mezzo dalla elezione di Macri, l’inflazione al 15%, il deficit massiccio e lo squilibrio corrente con l’estero non danno tregua al paese. Il pesos argentino è la peggiore fra le maggiori valute emergenti quest’anno, con un crollo di più del 100% da gennaio.

L’annuncio shock di un aumento di 6,75 punti percentuali dal giorno alla notte era riuscito a far salire la valuta del 5% vicino a 21 pesos per dollaro: ma sono briciole di fronte al nuovo minimo record di 40,50 pesos per dollari.

 

GRAFICO_ARGENTINA-01
Il crollo del Pesos Argentino

 

 

Perchè gli speculatori attaccano le valute?

La crisi che si verifica oggi in Argentina, molto simile all’attacco speculativo subito da lira italiana e sterlina britannica alla fine del 1992, è da manuale, poiché risponde alla cosiddetta “crisi valutaria di prima generazione” di Krugman (1979).

Quando un paese, in presenza di divergenze tra i suoi fondamentali e il tasso di cambio, tenta di mantenere quest’ultimo coprendo i disavanzi tramite riserve, nella mente degli speculatori si forma un “tasso ombra”, ovvero il valore del tasso di cambio qualora fosse lasciato libero di fluttuare.

Come al solito, il deficit di partite correnti di cui uno Stato (come Argentina o Turchia) è affetto non giustifica un tasso di cambio troppo elevato e il mercato comincia “a spingere” verso la svalutazione, verso quel tasso ombra di cui si parlava.

 

deficit-partite-correnti-argentina-turchia
Deficit Partite Correnti Turchia e Argentina

 

Tutto questo (e i sovranisti di casa nostra dovrebbero impararlo) indipendentemente dalla sovranità monetaria di cui godono Argentina e Turchia: se il mercato non ha fiducia nella tua valuta, non puoi fare tutto il deficit che vuoi.

Inizialmente, i disavanzi vengono coperti da riserve valutarie della banca centrale, finché l’intensificarsi della speculazione azzera le riserve costringendo il paese a svalutare.

 

Perchè allora crolla la valuta solo oggi?

Il nuovo governo Macri ha sin da subito promosso riforme che avvicinassero l’Argentina ai mercati sviluppati.
Le liberalizzazioni, l’apertura del sistema finanziario e una serie di riforme favorevoli al mercato, erano stati annunciati come lo stimolo essenziale per attirare gli investimenti dall’estero che avrebbero modernizzato l’apparato produttivo del paese (oltre a finanziare il deficit).

In realtà, gli investimenti provenienti dall’estero sono stati investiti in titoli di stato (per la gran parte emesso in valuta estera) e nei cosiddetti Lebac – Las Letras del Banco Central – emessi dal Bcra (Banca Centrale Argentina), anzichè alimentare il ciclo produttivo argentino.

I Lebac, titoli con scadenza a 35 giorni e denominati in pesos, sono stati il principale strumento utilizzato dalla banca centrale argentina per sterilizzare l’impatto che l’afflusso dei capitali esteri poteva generare sui prezzi interni.

 

argentina-interest-rate

 

Dalla metà del 2016, con la stabilizzazione del rapporto di cambio con il dollaro, l’emissione di questi titoli ha permesso di intercettare parte dei risparmi degli argentini e dei capitali esteri che affluivano. Ma, proprio perché denominati in valuta locale, offrire un tasso di rendimento vantaggioso non è sufficiente affinché il rinnovo periodico sia garantito.

Occorre che vi sia fiducia sulla stabilità del rapporto di cambio (soprattutto per chi dall’estero vuole investirci) e che le aspettative di inflazione siano sufficientemente ancorate al target. 

A fine 2017, inizia il calvario.
La liquidità in dollari inizia a ridursi e le aspettative sui tassi negli Usa cominciano a crescere.

Il 28 dicembre 2017, la banca centrale argentina annunciava che per il 2018 l’obiettivo di inflazione sarebbe stato più alto di quello programmato in precedenza: il 15 per cento contro il range 8-12 per cento indicato.

L’annuncio di una politica monetaria più espansiva di quella programmata ha immediatamente messo sotto pressione il cambio peso/dollaro, che tra dicembre 2017 e febbraio 2018 ha perso il 15 per cento del proprio valore.

Da quel momento, con i Lebac che non offrivano più un rendimento così vantaggioso sia per gli investitori esteri, in termini di dollaro, che per gli argentini (il calo della valuta aveva accresciuto le aspettative di rialzo dell’inflazione), sono iniziati i disinvestimenti in massa, che nel mese di aprile hanno ridotto le riserve valutarie di oltre 5 miliardi di dollari.

 

Cattura
Emissioni Lebac e riserve valutarie

 

Come dicevamo, finchè i disavanzi vengono coperti da riserve valutarie della banca centrale, la moneta regge: quando l’intensificarsi della speculazione azzera le riserve, il paese è costretto a svalutare.

 

E ora?

A questo punto, succederà quello che è sempre successo.

L’FMI (e altre organizzazioni internazionali) metteranno a disposizione del paese dei crediti per ripianare i propri debiti, a fronte però di misure “lacrime e sangue” sui conti fiscali e monetari.

L’Argentina non gode di quella fiducia sui mercati, ne di quella forza strutturale, per porre rimedio da sola a questa crisi: indipendentemente dalle azioni della banca centrale, che ha alzato il costo del denaro fino all’inverosimile, la speculazione non si fermerà.

E con essa l’inflazione.
A meno che qualcun’altro (FMI, per esempio) non “rassicuri” i mercati con il più classico dei prestiti ponte.

C’è un grande timore, però, legato al mantenimento di un livello minimo di riserve al servizio del debito estero, imposto dall’FMI.

L’impegno del governo argentino a non utilizzare riserve valutarie per stabilizzare il cambio potrebbe scaricarsi verso nuovi suoi deprezzamenti del pesos.

E ancora inflazione.
Portando di nuovo l’economia argentina nella trappola stagflattiva del 2002 e, alla fine, al default.

La storia si ripete, come al solito.
Spetta a noi, volta per volta, trarne le dovute conseguenze.
E non ripetere sempre gli stessi errori.

Diversificate, sempre.
Mai rischio specifico sui Titoli di Stato in valuta estera, anche si vi offrono un rendimento abnorme.

Queste sono le conseguenze.

 

 

Alcune parti di questo articolo sono state tratte da: http://www.lavoce.info/archives/54784/argentina-di-nuovo-a-rischio/
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