Le menzogne sulla crisi turca e due lezioni da imparare

Storicamente e culturalmente la Turchia ha poco da spartire con l’Europa: perciò sarebbe un errore grande inglobarla nell’Unione Europea. Meglio sarebbe se la Turchia facesse da ponte tra Europa e mondo arabo oppure formasse un suo continente culturale insieme con esso. L’Europa non è un concetto geografico, ma culturale, formatosi in un percorso storico anche conflittuale imperniato sulla fede cristiana. […] Essa resta il nucleo dell’antico impero ottomano, ha un fondamento islamico e quindi è molto diversa dall’Europa che pure è un insieme di stati laici ma con fondamento cristiano, anche se oggi sembrano ingiustificatamente negarlo. Perciò l’ingresso della Turchia nell’UE sarebbe antistorico.

Perchè introduciamo un articolo un articolo che parla, sostanzialmente, della crisi turca e delle sue ragioni (e delle lezioni da trarne), con questa citazione?

Perchè per comprendere a fondo la crisi che sta colpendo la Turchia, ormai da molto tempo, non si può non considerare la posizione strategica che la Turchia riveste, come anello di congiunzione tra Europa (e Occidente) e Medio-Oriente.
Considerato anche il problema legato alla sua già citata entrata nella UE o nella NATO.

La frase che ho riportato non è attribuita ad un pericoloso leader nazionalista europeo, bensì all’allora papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger.
Che, per inciso, di storia europea e mediorientale e di legami tra culture cristiane e musulmane ne conosceva parecchio.

Peccato non sia stato apprezzato quando ancora in carica.

I riferimenti al ruolo che la Turchia ricopre nello scacchiere internazionale geo-politico saranno necessari a breve, quando cercheremo di capire perchè la Turchia (a differenza di altri paesi come il Brasile o l’Ungheria) non riesce ad uscire fuori da questa crisi.

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La crisi turca è esplosa, o meglio, venuta a consoscenza del grande pubblico dopo che la moneta nazionale, la lira, ha subito un vertiginoso tracollo in borsa in una sola giornata.
Tracollo che, in realtà, è già in atto da molto tempo.

Il tracollo in borsa della lira turca ha “spaventato” i mercati, soprattutto il settore bancario, a causa delle ingenti esposizioni che le banche europee presentano verso l’economia turca.

I fan del “fuori dall’Euro saremmo carta straccia” hanno invece utilizzato la notizia per avvalorare la loro tesi secondo cui, fuori dalla moneta unica, l’Italia farebbe la stessa fine della Turchia, sotto il peso della speculazione finanziaria: la speculazione, questa terribile faina in cerca di prede da divorare, attaccherebbe senza remore la nostra nuova moneta, portando poi inflazione a doppia cifra assieme a peste bubbonica e locuste affamate.

Ovviamente, niente di tutto questo accadrebbe.
Anche e perchè la Turchia è strutturalmente molto diversa dall’Italia, in questo momento.

La crisi turca non nasce nemmeno da una pericolosa, insensata e folle azione di “stampa” di moneta, denaro fresco offerto dalla banca centrale turca, che ha portato la moneta nazionale a svalutarsi progressivamente e l’inflazione a crescere di colpo: questi fenomeni sono conseguenze di quello che sta accadendo in Turchia, non cause.

La crisi turca è la più classica delle crisi di un paese emergente, derivante dallo squilibrio delle partite correnti.

Ergo, la differenza tra esportazioni e importazioni di uno stato, anche detta bilancia commerciale.

 

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Partite Correnti Turchia

 

Lo squilibrio delle partite correnti che colpisce la Turchia è oggi insostenibile e può essere affrontato soltanto con una azione: svalutare.

Svalutare rende le merci importate molto più costose e spinge, quindi, i cittadini ad importare meno beni e servizi.
Ovviamente, questo comporta una crescita elevata dell’inflazione, che diventa, quindi, conseguenza della svalutazione della moneta.

Altra problematica atavica della Turchia è la forte dipendenza da capitali esteri: moltissima parte del debito turco è contratto con investitori esteri e ciò fa si che la Turchia necessiti costantemente di grossi afflussi di capitale dall’estero.

Quello che sta accadendo nel paese non è nuovo alla storia economica. Anzi, è una consuetudine.
La dinamica che stiamo osservando ha già colpito la Turchia all’alba del nuovo millennio ed è, per sommi capi, la stessa dinamica che colpisce l’Argentina da almeno vent’anni.

In questo momento, la Turchia non riesce né ad attrarre capitali dall’estero, ne a creane di nuovi grazie all’esportazione: quindi, ha una sola via di uscita.

Svalutare la propria moneta.

Nel contempo, la banca centrale turca si trova immersa in un difficoltoso processo di creazione di nuova base monetaria, proprio di svalutare la moneta e ripagare più facilmente i debiti verso l’estero: quindi, si badi bene, l’inflazione a doppia cifra in Turchia non è generata dall’ampliamento della base monetaria, ma bensì, ancora una volta, dalla svalutazione.

 

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Il peggioramento turco, rispetto ai competitors, delle partite correnti

La cosa ce purtroppo fa più specie è che questi problemi che caratterizzano l’economia turca sono ben noti da tempo e rappresentano un deficit strutturale del paese.

Ecco perchè abbiamo sempre consigliato, nella nostra attività, di stare ben lontani dall’investimento in lire turche, ben pubblicizzato dalle compagnie bancarie.

Circa un anno e mezzo fa, molte banche pubblicizzavano infatti l’acquisto di obbligazioni in dollari neozelandesi e lire turche: fare breccia nel cuore degli investitori era soprattutto l’elevato tasso di rendimento offerto dalle lire turche.

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La pubblicità di Banca IMI sulle lire turche

 

Molte richieste ci pervenirono in quel periodo, anche perchè l’investimento in lire turche era ben pubblicizzato dalla banca in questione, specie su radio e testate giornalistiche nazionali.

Noi rispondevamo a tutti che, come molte ricerche confermavano, “l’investimento in valuta dipende solo e soltanto dal tasso di cambio. L’interesse offerto è ininfluente. Alla fine, è solo una speculazione sul cambio”.

In un altro post che avevo pubblicato sulla mia pagina Facebook, mi ero soffermato sui rischi di quell’investimento, che sembrava allettare molti.

Come, per l’appunto, i rischi di svalutazione della valuta.

Scrivevo infatti.

Tu invece ti fidi della tua banca. E ti compri questa bella obbligazione. Poi la lira turca si svaluta del 50% e ti restituiranno la metà di quello che pensavi. Qual è il problema di questo investimento, all’apparenza sicuro e con un gran bel rendimento? Rischio paese (che in Turchia scoppi la guerra, per esempio); Rischio cambio; Rischio liquidità; Rischio tasso d’interesse”.

 

Sembrava fantascienza allora.
Soprattutto per chi già all’epoca conosceva lo stato dell’economia turca.

Le avvisaglie non arrivavano solo da me, ma anche da economisti molto più bravi e preparati del sottoscritto.

Nel 2014, l’economista Emiliano Brancaccio scriveva sulla Turchia.

L’economia turca presenta un elemento di fragilità molto rilevante: la Turchia, infatti, tende sistematicamente ad importare più merci di quante ne esporti. Questo implica una forte crescita dell’indebitamento di questo paese. La Turchia ha chiuso il 2013 con un deficit verso l’estero di quasi l’otto percento del Prodotto interno lordo. Il dato indica che questo paese dipende troppo dai flussi di capitale provenienti dall’estero. Bisognerebbe creare le condizioni affinché la Turchia possa rientrare da questo boom di indebitamento verso l’estero. Altrimenti rischia di incappare in una crisi valutaria

 

Quello che sta accadendo.

Ebbene, da tutta questa disquisizione, quali insegnamenti possiamo trarne?

1) Anzitutto, un insegnamento per il piccolo risparmiatore, allettato dalla propria banca da investimenti esotici. Il piccolo risparmiatore NON deve mai assumere rischio specifico, ovvero investire in titoli singoli. Diversificare al massimo, scegliendo solo strumenti che al loro interno contengano un paniere di titoli.

L’investimento in obbligazioni estere è solo una scommessa sul cambio. Il tasso di interesse offerto è solo uno specchietto per le allodole.

2) I capitali esteri sono pericolosi e introducono pericolosi effetti destabilizzanti.

Far sì che un’economia dipenda solo da essi, basandosi sulla loro attrazione spasmodica, è folle, ancor prima che inefficiente.

I capitali esteri, specie in un’economia al centro dello scacchiere geo-politico e su cui molti Stati volevano mettere le mani (vedi USA), affluivano con grande facilità: la stessa grande facilità con cui questi sono scappati via a gambe levate quando la situazione è peggiorata.

La prossima volta, quando sentirete qualcuno dire che l’Italia non attrae capitali esteri, rispondetegli: “menomale!”.

P.s. Ovviamente scherzo, la mia è una provocazione.

A presto, amici.

 

dott. Gabriele Galletta
Head of Market Research at Investimento Custodito SCF

 

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