Mozart, Trump e la Cina: quanto rischio ancora possiamo assumere?

Wolfgang Amadeus Mozart era membro della massoneria. La certezza di questa affermazione la si deve in particolar modo al’utilizzo compulsivo in molti dei suoi capolavori del numero 3.

Prendiamo ad esempio una delle sue opere fondamentali, ovvero il “Flauto Magico”.

Il flauto magico è stato interpretato utilizzando varie chiavi di lettura, soprattutto come racconto massonico o come storia a contenuto illuminista. Oltre al filone razionalista della cultura massonica del ‘700, Mozart vi affronta tematiche tipiche della cultura massonica, e a lui care: morte e rinascita, rapporto tra terreno e ultraterreno, iniziazione e prova come cammino per giungere all’amore universale.

I riferimenti al numero 3 rappresentano la ciliegina sulla torta, per dare all’opera una connotazione spiccatamente massonica.

Nell’opera, troviamo subito tre accordi maggiori nell’Overture; poi, ci scontriamo contro tre bambini che accompagnano il protagonista nel bosco; tre Dame, tre prove, tre strumenti magici e tre templi.

Tre indizi, per rimanere nel tema, fanno una prova. Sette ne sono una certezza.

 

Figura 1
Wolfgang Amadeus Mozart

 

La simbologia ha da sempre rappresentato un elemento chiave nelle opere dei grandi compositori e, tra i simboli maggiormente usati, vi sono soprattutto i richiami alla numerologia e al significato intrinseco degli stessi numeri.

Nella bibbia, ad esempio, i numeri che maggiormente risaltano nella narrazione del Vecchio e Antico Tastamento sono il 3 – come in Mozart, o meglio, nella storia della massoneria – ed il 7.

Sette è il numero della perfezione, ma anche il numero dei sette vizi capitali. Sette è il numero delle sette piaghe di Egitto. Sette è il numero dei giorni che servirono al Creatore per dare vita all’Universo e, quindi, il settimo giorno è il giorno prescelto per il riposo.

Allo stesso modo, il tre è un altro numero chiave della simbologia Cristiana, oltre che di quella massonica (e di Mozart), quasi per contrapposizione. Il tre richiama subito alla trinità, all’essere divino uno e trino, al mistero della fede più grande in assoluto. Alla chiave di lettura dell’intera fede cristiana.

Come non vedere, allora, nella perfezione del numero tre, scelto come numero ideale per raccontare la propria idea da due pensieri così contrastanti come il Cristianesimo e l’Illuminismo (o quasi contrastanti), un’analogia con gli attuali fenomeni di politica economica che stiamo vivendo oggi?

 

Figura 2
Cina e Usa minacciano una nuova guerra, non più a colpi di armi da fuoco.

 

Tre è il numero degli attori in campo, in questa guerra commerciale, che però possono ben rappresentare un unico Leviatano (per dirlo alla Hobbes) che minaccia congiuntamente la stabilità economica.

La guerra commerciale ha portato sotto gli occhi di tutto il mondo tre grandi dinamiche economiche, che il fiume di liquidità stampato dalle banche centrali aveva anestetizzato.

  1. L’enorme debito pubblico statunitense, soprattutto nei confronti della Cina.
  2. China 2025, ovvero l’ambizioso progetto cinese di diventare una superpotenza nel campo della manifattureria di alta gamma, soprattutto nell’high tech
  3. l’abnorme surplus commerciale tedesco, 8-9% del PIL, alimentato dalle esportazioni di auto.

Non è un caso che i dazi americani abbiano colpito due settori, soprattutto.

  1. L’hi-tech cinese.
  2. L’auto tedesca.

UE, Germania e Cina hanno promesso forti ritorsioni contro gli USA. Non serve scomodare i modelli macroeconomici per predire dove ci porterà questa guerra. E, soprattutto, chi colpirà.

Il cruccio del momento è: che rischio possiamo effettivamente correre dietro le follie di questa guerra del “tutti contro tutti”? La politica miope dei dazi commerciali potrebbe destabilizzare il commercio globale e, quindi, le borse?

 

Figura 3
Gli effetti di un dazio sul prezzo dell’acciaio in economia aperta

 

 

Andiamo per ordine: scopriremo che i rischi di questa situazione non stanno tanto nel blocco del commercio globale, quanto invece nel rischio di una nuova bolla finanziaria.

A fronte di alcune irrisorie entrate tributarie, la guerra dei dazi del “tutti contro tutti” colpirà soprattutto i più deboli. Colpirà chi il bene importato lo dovrà comprare per forza. A prezzi più alti.

I dazi non bloccano il commercio. Rischiamo soltanto di generare “inflazione importata” che danneggia solo e soltanto un soggetto. Il piccolo consumatore. Alla fine, chi ci perde è sempre lui.

In questo contesto, l’economia americana continua a macinare record su record, crescita su crescita. Le aziende USA non si fermano a nessuna trimestrale, oramai.  In questo contesto, i rialzi dei tassi di interesse della Federal Reserve, che seguono il normalissimo circolo economico, non sono soltanto cosa buona e giusta, ma sono anche un atto doveroso di stabilità del sistema economico.

Poco importa (o quasi) se il dollaro si rafforza sulle altre valute o se le valutazioni delle aziende non crescono ancora verso l’infinito.

Poco importerebbe, o quasi. L’altro giorno, Trump ha dichiarato

“Europa e Cina manipolano le valute tenendo bassi i tassi di interesse. Il risultato? Il dollaro diventa forte e le nostre merci meno competitive”.

Il Presidente Usa ha quindi messo in discussione la necessità di alzare i tassi di interesse. Un atto grave?

Certo. Perché espone l’economia americana al rischio bolla, al rischio di valutazioni esagerate delle quotazioni di borsa. Al rischio, ben più pericoloso, di non avere “munizioni” contro la prossima crisi. In questo contesto, gli investitori, specie quelli statunitensi, sono in costante modalità risk-on, esposti soprattutto sul mercato azionario. Il rapporto tra S&P500 e oro è a minimi storici. Quasi ai livelli di anni caratterizzati da un’altra grande fase di risk-on, ovvero i primi anni duemila, all’epoca della bolla dei dot.com

 

Figura 4
Gold vs S&P500

 

Forse, è arrivato il momento di decelerare e accumulare oro? Forse, ma non è questo il punto di oggi. Il punto è un altro. Il punto è comprendere a che rischi ci può portare la crisi dei dazi ed una politica miope.

Altro indizio. Le recessioni in USA sono storicamente anticipate da un tasso di indebitamento troppo elevato delle imprese, ovvero quando questo tasso supera la fatidica soglia del 40-44%. È successo praticamente sempre e ciò ha una ragione economica di fondo chiara: l’indebitamento troppo alto del settore privato (e non di quello pubblico) porta le economie in recessione.

Ovviamente, l’indebitamento delle imprese (e delle famiglie) è favorito dai bassi tassi di interesse, soprattutto in un’economia a trazione capitalistica come quella americana, fondata sul debito. Un procrastinare oltre misura di questa condizione di bassi tassi di interesse potrebbe essere un rischio forte alla destabilizzazione del ciclo e al formarsi di ulteriori bolle finanziarie: d’altronde, i tassi di interesse sono uno strumento che un banchiere centrale deve utilizzare soprattutto per “raffreddare” i bollenti spiriti del sistemo di libero mercato, quando ne rintraccia i sintomi.

 

Figura 5.jpg

 

Morale della favola.

I pericoli di questa guerra commerciale non stanno tanto nel blocco del commercio mondiale. Quanto nella volontà di colpire, anche a suon di manipolazioni del cambio, propri rivali economici. E manipolare il cambio significa ancora perseguire questa politica monetaria ultra espansiva di tassi a zero. Con tutti i rischi che ne derivano.

A presto.

dott. Gabriele Galletta

 

Post Scriptum.

L’unico modo per evitare ripercussioni sui propri investimenti da questa guerra è diversificare. Asset. Settori. Aree geografiche.

Diversificate.

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