Draghi è il nuovo inquisitore di Dostoevskij?

94564_draghisatan.jpgIn questi giorni, torna alla ribalta la storia della grande crisi del biennio 2008-2009 e delle crisi europea del 2012 e di come queste abbiano modificato completamente il concetto stesso di mercato finanziario: dieci anni son passati e tutto, oggi, sembra essere un lontano ricordo.

Le crisi di allora hanno visto come assolute protagoniste le banche centrali e i rispettivi banchieri: non tanto in America, dove comunque la politica giocò un ruolo fondamentale per far uscire dal pantano il paese (si pensi al programma TARP avviato dall’amministrazione Obama, per esempio).

Quanto in Europa, invece.
Dove la forza di Mario Draghi si è completamente opposta alla debolezza dei governi centrali e della politica.

Durante la grande crisi del 2012, in Europa, crollarono non soltanto il concetto di mercato finanziario e di “fiducia” nelle istituzioni finanziarie, quanto la concezione insita e profonda che noi europei avevamo di “stato sovrano”.

Uno stato sovrano sul proprio territorio, che non sarebbe mai potuto “fallire”, proprio perché “sovrano” e padrone di rimettere i propri debiti ai propri creditori.

Durante la crisi del 2012, in Europa, uno Stato è divenuto soltanto un’accozzaglia di cittadini che in comune, forse, hanno solo la lingua, inerme contro la forza del capitale finanziario, contro la dittatura dello spread.

Durante le fasi più convulse della crisi europea, crisi che i nostri governanti non furono in grado di arginare nel benché minimo modo (forse complice un’unione monetaria fragile, monca di qualsivoglia principio di unione politica e fiscale), Mario Draghi si eresse a tutore dell’unione europea (scrivo “unione” con la “u” minuscola volutamente).

 

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È il 26 luglio 2012 quando Draghi pronuncia la famosa frase, al meeting di Londra, “Whatever it takes“: tradotto, faremo qualsiasi cosa affinché l’euro sopravviva a questa crisi.

Il resto è storia nota: il semplice annuncio del programma che poi sarà chiamato Outright Monetary Transaction permise ai differenziali sui tassi di interesse dei paesi del meridione europeo (lo spread) di crollare di almeno 500 basis point in pochissimo tempo.

Da lì in poi, la crisi venne attenuata.
Draghi si era completamente sostituito alla politica.

In questi giorni, avevo tra l’altro ripreso sottomano uno dei capolavori di F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov: la prima volta che lo lessi avevo giusto diciotto anni e tanti passaggi del testo, ovviamente, non li potevo allora comprendere.

Per questo motivo mi ero ripromesso, a cadenza periodica, di rileggere parti dell’opera dello scrittore russo andando avendo con l’età.

Il caso volle anche che sulla mia pagina Facebook mi apparisse il video di Guido Maria Brera, noto finanziere italiano, che parlava dei tormenti del protagonista dell’opera di Dostoevskij, Ivan Karamazov, rapportandoli a quelli di Mario Draghi durante la crisi del 2012.

Soprattutto, analizzando il passo de “Il Grande Inquisitore”.

 

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La leggenda del Grande inquisitore è un racconto che si snoda in un modo un po’ particolare.

Esso prende forma durante un lungo colloquio fra Ivan e Alioscia, i due figli di secondo letto di Fiodor Karamazov. Al momento del lungo colloquio, di cui fa parte questa storia, i due fratelli stanno per separarsi, dopo essersi ritrovati per un breve istante dopo alcuni anni.

Ivan ha 23 anni e non può credere in un Dio che fa soffrire e morire degli innocenti come sono i bambini, Alioscia ha 19 anni e rappresenta la persona che, invece, ha comunque fiducia nella bontà di Dio, al quale si è votato entrando in un monastero.

È Ivan che comincia a parlare; la sua narrazione viene, a tratti, interrotta dalle domande del fratello, alle quali Ivan risponde facendo anche delle digressioni.

Una di queste, forse, ricorda quegli eventi frenetici del 2012.

 

Allora noi daremo loro la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli, quali essi furono creati. Proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la più dolce di tutte. Essi diverranno mansueti, guarderanno a noi e a noi si stringeranno, nella paura, come i pulcini alla chioccia. Ci ammireranno e avranno paura di noi, e saranno fieri che noi siamo così potenti e così intelligenti da aver potuto pacificare un così tumultuoso e innumere gregge”

 

Come non leggere, in questo passo, la volontà di un’istituzione sovrannazionale e indipendente di erigersi come arbitro della vita degli uomini?

Uomini deboli, incapaci di prendere delle decisioni.
Ma che saranno comunque felici di delegare le stesse decisioni – così come è costruita l’Europa – ad un ente terzo e sovrannazionale come una Banca Centrale.

Ivan allora continua.

 

Certo li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro organizzeremo la loro vita come un giuoco infantile con canti e cori e danze innocenti.

 

E quindi, l’austerity (certo, li obbligheremo a lavorare”), ma anche la possibilità di incontrare lo svago e una puerile e nascosta felicità: la tecnologia, il benessere, i social, la televisione.

Le armi per distrarsi da un presente oscuro e duro.

 

E noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Così faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio.

 

In questo passo, forse, si può leggere quello che oggi è divenuta veramente la Banca Centrale Europea e l’Europa.

Noi concederemo loro il peccato.
I debiti.
La possibilità di indebitarsi è oggi una gentile concessione dell’istituzione Europa.
Il debito non è più motore del capitalismo, ma fardello di cui vergognarsi e di cui depurarsi al più presto.

Ma loro ci ameranno, perché abbiamo concesso loro di peccare e indebitarsi. E qualsiasi indebitamento oltre la soglia prevista (il rapporto deficit/PIL?), se sarà fatto con il nostro permesso, sarà riscattato.

E quindi, il Quantitative Easing.
La possibilità degli stati di indebitarsi, con il permesso dell’Europa, e di accollare questi stessi debiti alla stessa Europa, alla stessa BCE.
Il programma di acquisto di titoli di stato e di sostentamento della spesa pubblica.

E i nostri sudditi ci adoreranno come benefattori, non come inquisitori.

Ma i sudditi (i cittadini europei) per beneficiare di questo accolo di debiti, di questa sospensione del “peccato” dovranno accettare di essere “costretti a lavorare”.

Dovranno accettare l’austerity.
La legge sulle pensioni.
La legge sulla licenziabilità e la rimozione dell’articolo 18.
I tagli alla sanità.
All’istruzione.

Il Quantitative Easing sospende la democrazia.
In cambio di un accollo del tuo peccato.

Ecco, forse Mario Draghi è oggi il grande inquisitore di Dostoevskij.
Forse, questo discorso potrebbe portarci a pensare che lo stesso Draghi abbia oltrepassato il limite del proprio mandato.

Che, lo ricordiamo, non richiede che egli debba sostituirsi alla politica.
Richiede semplicemente che egli regoli l’offerta di moneta al fine di mantenere il livello di inflazione attorno al 2%.

Ma cosa deve fare un uomo con una così grande forza e responsabilità, quando il caos sta arrivando a bussare alla tua porta?

Deve o non deve sostituirsi alla politica?

Forse, dovremmo rintracciare le origini di tutto questo non tanto alla volontà di Draghi di trasformarsi nel grande inquisitore dei tempi moderni, quanto invece nell’assenza della politica.
Nel crollo delle istituzioni democratiche.
Nel crollo della fiducia della gente verso i poteri eletti direttamente da noi.

Ma questo sarebbe un tema ulteriore, che trascende dagli obiettivi di questa pagina.

Per il momento, ci limitiamo a studiare gli eventi del presente, con uno sguardo a quelli del passato, aiutati (si spera) da chi ci ha preceduto.
Cercando di intercettare e comprendere i cambiamenti della realtà di oggi.

Non è questo necessario per poter gestire al meglio il risparmio dei propri clienti?

Chi l’avrebbe mai detto che Dostoevskji potesse farci capire le fragilità dell’Europa e, perchè no, darci una mano nella nostra Asset Allocation?

A presto, caro lettore.

 

dott. Gabriele Galletta

Post-Scriptum.
Le borse stanno andando abbastanza bene.

 

 

 

 

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