Che fine farà l’Italia (e i nostri soldi appresso a lei) – parte 2

italia-crisi1Quindi, dove eravamo arrivati?

Alla parte in cui ti dicevo che tutte le cose che senti in televisione su inflazione, banca centrale, stampare moneta, sono delle cacate?

Perfetto: se ti sei perso l’antefatto, la prima parte dell’articolo la puoi trovare qui.

Adesso, riprendiamo il filo del discorso (interrotto circa nel 1981, quando Bankitalia divorziò dal Tesoro) e, con un salto carpiato triplo mortale, arriviamo ai giorni nostri.

Alla base dei problemi dell’Italia possiamo dire vi sia il divorzio della banca d’Italia e il tesoro? Probabilmente si.
Perché, caro il mio amico, in questo momento storico successe una cosa che tu hai già vissuto recentemente , vale a dire la crisi dello spread: infatti, prima del 1981, Bankitalia aveva l’obbligo di acquistare i titoli di stato italiani che non venivano piazzati sul mercato.

Questa “legge” aveva due effetti sostanzialmente: Bankitalia era una sorta di “prestatore di ultima istanza” per lo stato italiano – quello che manca oggi all’Europa, si legga per esempio questo articolo) – e, soprattutto, veniva fissato praticamente un prezzo per i titoli di stato italiani. Del tipo, io ti offro il 5% di interesse, se lo vuoi bene, se no tanto se li compra tutti Bankitalia (ebbene si, era anche una forma di finanziamento al tesoro): dopo il 1981, lo stato Italiano ha dovuto invece piegarsi al mercato e i tassi di interesse – e con essi lo spread – sono esplosi.

 

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Il differenziale, rispetto ai titoli di stato tedeschi è cresciuto ben oltre i valori toccati nel 2011, ultima crisi dello spread che abbiamo vissuto: e, come abbiamo visto nella parte 1, gli effetti sperati sull’inflazione non ci sono stati, visto che questa non era affatto calata.

Arriviamo, dopo 15 anni, al 1996: cosa succede in questa data?
Il cambio italiano non è più libero di fluttuare, in quanto viene ufficialmente agganciato alla parità con cui, tra cinque anni, si entrerà nel’euro: da questo momento in poi, la politica economica perde un’altra importante leva, vale a dire quella del tasso di cambio (dopo aver perso quella monetaria nel 1981).

Quali sono gli effetti di questo fenomeno?
Vi presento due grafici in contemporanea e cerchiamo di dare una spiegazione.

Nel primo grafico, abbiamo la produzione industriale italiana e quella tedesca.
Nel secondo grafico, abbiamo la crescita del PIL italiana a e tedesca (grafico che avevamo già visto nella parte 1)

 

Notiamo una cosa importante: la crescita della produzione italiana si interrompe proprio a fine anni ’90 (casualità?), mentre quella tedesca continua a galoppare senza problemi. Superata la crisi del 2008, la produzione tedesca continua a cresce, mentre quella italiana non si riprende più.

Ora, i malpensanti diranno che “l’industria italiana fa schifo e i nostri prodotti non se li fila nessuno”, mentre “l’industria tedesca è un cavallo di battaglia che nessuno potrà mai fermare, dal quale dovremmo iniziare ad imparare”: niente di più sbagliato, amico. E’ innegabile che il “made in Italy” sia un marchio riconosciuto in tutto il mondo.

Quindi, “la nostra industria fa schifo” non è la causa dello stop alla produzione industriale nostrana.
Altro grafico: a differenza della produzione industriale, il PIL italiano cresce ininterrottamente fino al 2008 – come quello tedesco –  anno in cui, dopo, i due valori cominciano ad essere correlati negativamente (dopo esserlo stati positivamente).

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La legge della crescita Keynesiana (domanda aggregata): in un contesto in cui gli investimenti produttivi I sono fermi – compresa la spesa pubblica G – l’unico fattore a trainare la crescita sono i consumi C

 

Com’è possibile tutto questo?
Innanzitutto, è chiaro che la crescita italiana non è stata trainata dalla produzione industriale, ma – Keynes insegna – dai consumi dei cittadini privati (tenere bene a mente quanto scritto).

 

La produzione italiana, nel contempo, ha subito un forte stop a causa del valore del cambio Lira-Euro: non è un caso che il valore fissato era troppo alto per le condizioni economiche italiane, mentre era troppo basso per quelle tedesche.

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Purtroppo, non sono io a dire questo, bensì il Fondo Monetario Internazionale in questo documento, nel quale tra le altre cose si dice che ancora oggi il cambio è fortemente svantaggioso per l’Italia e fortemente vantaggioso per la Germania.

Qual è stato l’effetto di questo fenomeno?
Che le merci tedesche sono diventate molto più convenienti, mentre quelle italiane (così come quelle spagnole, greche, portoghesi) molto meno convenienti: allo stesso modo, l’unione monetaria ha permesso ai capitali tedeschi di muoversi liberamente verso i paesi periferici, che offrivano tassi di interessi più alti.

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La bilancia commerciale tedesca si è allargato in positivo sempre più (paese creditore) mentre quella dei paesi periferici si è allargata in negativo (paesi debitori, come l’Italia): i paesi debitori hanno iniziato ad importare merci e capitali tedeschi come se non vi fosse un domani, vista la convenienza sancita dal valore del tasso di cambio.

Le famiglie e le imprese dei paesi debitori – come l’Italia – si sono indebitati progressivamente per importare beni e capitali tedeschi, facendo esplodere quello che viene chiamato debito privato.

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La crisi dell’Eurozona non è stata, e non è, una crisi di debito pubblico, bensì una crisi di debito privato, esploso prima del 2011, favorito dall’unione monetaria e finanziaria e sfociato nell’esplosione dei conti delle partite correnti dei paesi periferici (tra cui l’Italia).

In sostanza, i tedeschi ci hanno prestato i loro soldi per comprare lo loro merci (che erano diventate convenienti per il tasso di cambio): nel 2008 vi fu il famoso “evento esterno” – la crisi americana – che ha bloccato questo movimento di capitali finanziari.
A questo punto, il deficit di partite correnti dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) non era più sostenibile ed era necessario ridurlo fino ad azzerarlo.

Il fenomeno che ti ho appena descritto è chiamato Ciclo di Frenkel (approfondisci qui) e spiega le crisi economiche che colpiscono paesi che si uniscono sotto la stessa moneta: crisi che hanno colpito l’Eurozona e, prima ancora, i paesi sudamericani, indebitatesi in dollari nei confronti dell’America (like Argentina).

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Come si riduce il deficit delle partite correnti?
La teoria economica dice SVALUTANDO LA PROPRIA MONETA.

“Ma se la moneta non la possiamo toccare, e all’epoca del 2011 non potevamo, come abbiamo fatto a sistemare le nostre partite correnti?”
La teoria economica dice che, se non puoi svalutare la moneta, devi svalutare i redditi.

Semplicemente perchè, in questo modo, i tuoi cittadini importano meno (perchè stanno guadagnando meno) e le tue merci diventano più competitive, visto che gli operai costano meno alle aziende: alla fine, gli effetti sono gli stessi della svalutazione, ma con delle conseguenze molto peggiori.

Quali?
Qual è l’unico modo per comprimere i redditi?
Creare disoccupazione: voilà, l’ultimo grafico.

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Tassi di disoccupazione PIIGS

Bene, penso che la trattazione della crisi economica dell’Eurozona possa terminare: dove stiamo andando adesso?

Stiamo andando verso la stagdeflazione.
Tradotto, situazione di prolungata di stagnazione economica (crescita prossima allo zero) e deflazione economica (prezzi fermi al palo).

Non c’è bisogno che io ti ricordi che l’Italia cresce al ritmo forsennato dello 0,01% e che l’inflazione sia ferma allo 0,0001%, talvolta diventando deflazione, da oramai parecchi anni.

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“Eh scusa, ma la BCE non sta stampando moneta proprio per far riparitre l’economia??”
Ebbene si amico mio, ma questa ricetta è destinata a non avere frutto, visto che ben ottant’anni fa il nostro Keynes aveva predetto tutto, con la sua famosa trappola della liquidità.

Anche se abbassi il tasso di interesse, rendendo molto più conveniente prendere denaro in prestito per investirlo (e quindi dare una spinta alla crescita), arriva un punto morto in cui gli operatori preferiscono non investire e tenere tutto sotto forma di liquidità (preferenza per la liquidità), sperando in una risalita futuro del tasso di interesse (visto che “più baso di così non può andare”).

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Senza uno stimolo fiscale, le economie della zona euro sono destinate a rimanere in questa condizione per anni: d’altro canto, l’Italia si trova completamente con le mani bloccate, visto che non può agire ne sul tasso di cambio e ne sulla spesa pubblica (Fiscal compact e patto di bilancio).

E ti dirò di più: anche se gli stati meridionali decidessero di aumentare la loro domanda interna per cresce, non potrebbero farlo, perchè ritornerebbero al 2001 nella loro crisi di indebitamento privato: l’unica soluzione, anche se paradossale, è quello in cui sia la Germania ad aumentare la propria domanda interna, al fine di ridurre il suo surplus commerciale enorme e fuori da qualsiasi regola europea.

Questo è tutto un altro discorso e, se lo volessi approfondire, ti inviterei a leggere questo articolo.

Questa situazione di stallo si riflette, ovviamente, sulla borsa italiana e sulla profittabilità dei nostri investimenti: il FTSE MIB, appesantito anche dalla recente crisi bancaria, si trova quasi il 70% sotto i valori raggiunti nel 2008 e non accenna a voler risalire verso valori più alti.

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Anche l’indice europeo, l’Eurostoxx50, non se la passa tanto bene, visto che soffre anch’esso la situazione economica europea: è ovvio che, senza una ripresa forte dell’economia, gli indici azionari rimarranno fermi al palo (visto il doppio filo che lega economia reale ed economia finanziaria) e i nostri investimenti potrebbero risentirne.

Fortunatamente, InvestimentoCustodito ha una soluzione per questo grave problema.

Infatti, in questi condizioni di sistema, potresti arrivare alla facile conclusione che “è meglio non investire!”, tanto, se mi devo assumere il rischio di perdere i miei soldi e non guadagnarci neanche un euro, allora tanto vale tenerseli sotto il materasso!

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L’indice azionario europeo è molto sotto i massimi toccati nel 2008 (così come il FTSE MIB).

Giusto?
Ovvio che no, poichè quello che ti ho fatto vedere riguardo all’economia italiana e riguardo all’indice azionario del bel paese non vale indiscriminatamente per tutti, ma vale a livello generale.

Seguimi ancora per qualche parola ed arriviamo al fulcro del discorso.
Nel particolare, esistono tante ottime opportunità di rendimento, dove la nostra strategia di investimento si focalizza: ne vuoi un esempio?

Il FTSE Italia STAR, acronimo di segmento titoli con alti requisiti, una sorta di paniere che raccoglie tutti i titoli italiani migliori, che per starci dentro devono rispettare una serie di requisiti (per l’appunto) di trasparenza e redditività.

Tradotto, non ci possono certo stare le nostre banche!

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Noti qualche differenza rispetto al FTSE MIB o all’indice europeo?
Come mai c’è questa differenza abissale, se alla fine stiamo parlando sempre di aziende italiane (ed europee)?

Perchè nel sistema economico, e nel sistema italia, esistono tante mele marce, che rischiano di far inacidire l’intero paniere: nel contempo, esisstono moltissimi “pezzi da novanta”, gioiellini, che macinano utili su utili. E il compito, ed il mestiere, di InvestimentoCustodito è proprio quello di andarli a scovare.

Per esempio, il FTSE MIB è appesantito da miriadi di titoli bancari, addirittura più di ogni altro indice azionario europeo, che ovviamente in questo anno lo hanno fatto sprofondare verso il basso: nel FTSE Italia Star, invece, non c’è mica spazio per Monte dei Paschi di Siena o Unicredit.

Questa è la strategia di InvestimentoCustodito.
I pezzi pregiati, nel mercato, ci sono.
Basta saperli trovare.

Certo, se ti affidi ancora alla tua banca o al tuo consulente (dipendente indiretto della stessa banca) incapace di mettere a punto una strategia, è tutto un altro discorso.
Affidati a noi, invece.

A presto!

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