Che fine farà l’Italia (e i nostri soldi appresso a lei) – parte 1

italia-crisiL’Italia è alla canna del gas?
Il nostro bel paese è pronto a fallire?

Lo stato, la nazione che ha dominato il mondo nell’antichità, che ha regalato ai cittadini di tutti i paesi opere di inestimabile valore, il nostro paese che ogni anno è meta di milioni e milioni di turisti, è destinato a chiudere bottega?

Ovviamente, no potete stare tranquilli. La nostra storia è costellata da periodi floridi e periodi bui, ma ci siamo sempre rialzati alla grande: certo, la situazione, oggi, non è delle migliori, e rischia di non essere proprio del tutto passeggera.

Dove inizia la crisi dell’Italia?
Inizia quando i nostri politici hanno cominciato a mangiarsi tutto il mangiabile?
Inizia negli anni ’80, con la corruzione dilagante?
Inizia con l’entrata nell’euro?
Cominciamo analizzando l’andamento del PIL pro capite italiano ( e lo confrontiamo con quello della Germania, visto che è sempre necessario avere un punto di riferimento quando si analizzano dati)

 

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Il PIL pro capite italiano è cresciuto ininterrottamente dal 1960 al 2008 circa, per poi incontrare la sua più importante correzione all’indomani della crisi USA (2008) fino ai gironi nostri.

Ora, ti prego di non arrivare a facili conclusioni del tipo “è colpa dell’Euro se siamo ridotti cosi!”: sicuramente, l’Euro ha rappresentato un momento importante per la nostra storia economica (e ha apportato molti più effetti negativi che positivi), ma i mali vanno rintracciati molto prima.

In secondo luogo, mi potresti domandare – giustamente – perché (se alla base di molti nostri problemi economici ci sta l’Euro) questa contrazione dell’economia non è stata ravvisata a fine anni novanta, ma è dovuta arrivare la crisi del 2008.

(P.s. ricordo che è vero che l’Italia entra nell’Eurosistema nel 2002, ma il valore della moneta italiana era stato già agganciato al cambio con l’euro nel 1996)

Com’è possibile che il problema sia l’Euro?
Andiamo con calma e cominciamo ad analizzare i fatti molto prima dell’Euro.

Siamo negli anni ’70-’80: il mondo deve fronteggiare un problema economico storico, per molti versi opposto a quella con cui oggi dobbiamo confrontarci noi: l’inflazione.

Cattura

 

L’Italia – e il mondo intero con essa – era falcidiata da un’inflazione che raggiungeva e superava picchi del 20% medio annuo, un valore impensabile oggi. Oltretutto, le economie mondiali dovevano affrontare (come oggi) un problema di disoccupazione crescente.

Questa situazione – nuova ed inverosimile – era incompatibile con le allora teorie economiche vigenti (quelle keynesiane, n.d.r.) le quali affermavano l’impossibilità di riscontrare stati di iperinflazione con stati di disoccupazione contemporaneamente.

 

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A chi venne imputata questa inflazione galoppante?
E a chi la disoccupazione?

Molto semplice come risposta: alla spesa pubblica e ai soldi stampati dalla banca centrale (per dirlo molto “alla paesana”).

Che poi, se ci pensi, è un po la teoria di oggigiorno: quante volte hai sentito in televisione che “la spesa pubblica è improduttiva” oppure che “dobbiamo tagliare la spesa, il vero cancro italiano”, tutte collegate alle teorie economiche (monetariste) che vogliono che la spesa pubblica sia improduttiva e inefficace, capace solo di generare inflazione.

 

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Milton Friedman, il padre del Monetarismo

 

Quindi, ricapitoliamo il problema: i governi nazionali possono intervenire nell’economia nazionale (politica economica) per controllare le variabili più importanti (disoccupazione, inflazione e crescita PIL) con due leve:

  • politiche fiscali (riduzione delle tasse e aumento della spesa)
  • politiche monetarie (controllo del tasso di interesse, ammontare di moneta in circolo)

La teoria economica mainstream afferma che:

  • le politiche fiscali e l’aumento di spesa pubblica sono inefficaci ed inefficienti per creare occupazione e crescita e hanno come unico effetto quello di aumentare l’inflazione (come negli anni ’70-’80 – secondo loro)
  • se la disoccupazione e la crescita non possono essere manipolate, si può solo controllare l’inflazione, grazie alle politiche monetarie delle banche centrali

Seguimi, perchè adesso viene il bello.

Un altro vulnus, secondo l’allora teoria economica predominante, era il fatto che le banche centrali fossero assoggettate al potere politico, che così poteva finanziare la propria spesa pubblica (a fini elettorali) stampando sempre più moneta (e creando inflazione).

01_collage_gettyOggi, tu sai benissimo che le varie BCE, Bank of Japan, Bank of England o Federal Reserve sono istituti sovranazionali, con una loro autonomia, indipendente dal potere politico: vale a dire che, le scelte di Draghi (ad esempio) non devono passare per la commissione europea.

Una volta non era così: ovvero, la banca centrale di uno stato era alle dirette dipendenze del ministero del Tesoro e con esso doveva definire le politiche monetarie.

Le conseguenze di queste assunzioni di politiche economiche le dovresti sapere benissimo, visto che le vivi ogni giorno sulla tua pelle: ma, per semplicità, te le ripasso:

  1. i governi nazionali non sono liberi di modificare il proprio bilancio come vogliono, ne di aumentare la spesa, ne di tagliare le tasse – vedi Fiscal Compact o patto di stabilità – visto che essi devono rispettare le regole europee sui bilanci nazionali;
  2. la politica monetaria non può essere pi compito del governo (che se no stamperebbe monete a go go per finanziare le proprie campagne elettorali – seh, come no), ma deve essere trasferita ad una entità sovranazionale e indipendente. Che abbia come unico scopo  “il contenimento del livello generale dei prezzi” (art.1 statuto BCE).

Torniamo all’Italia del 1970-1980: come si fa dunque a contenere l’inflazione?
Semplice, separiamo Banca d’Italia e Tesoro.
Così, la prima, controlla il livello dei prezzi grazie ai tassi di interesse, mentre la seconda non gli scassa il cazzo: la prima è indipendente e può perseguire il suo obiettivo di controllo dei prezzi, senza stare ad ascoltare le litanie e le richieste della seconda.

 

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Andreatta e Ciampi, all’epoca del divorzio tra Bankitalia e Tesoro

 

Nel 1981 succede quella che sarà ricordata come una svolta epocale: l’Italia – così come gli altri gandi stati – perde la propria sovranità monetaria.

Insomma, oggi i nostri stati non possono godere della leva di politica monetaria, ma il primo antipasto di questa condizione non arrivò con l’entrata in vigore dell’euro, ma molto prima, col il divorzio tra Bankitalia e Tesoro: una sorta di anticipazione dell’Euro.

(P.s. iniziano li i problemi dell’Italia? Lascio a voi l’ardua sentenza)
L’obiettivo, l’abbiamo già detto, era quello di dare un freno alla crescita impazzita dell’inflazione – e della disoccupazione – evitando che Bankitalia finanziasse il tesoro con quantità crescenti di moneta fresca fresca (e che secondo la teoria economia prevalente, stava alla base, questo problema, dell’inflazione).

E’ andata a buon fine questa operazione?
Ti metto in fila quattro grafici, per cercare di capire gli effetti di quanto fatto (che lo ricordiamo, ricalca in parte la struttura dell’Eurosistema oggi, con un’entità sovranazionale e indipendente a comando delle politiche monetarie nazionali)

 

L’ultima figura è sicuramente la più interessante: indica gli acquisti di Bankitalia sul mercato primario di Titoli di Stato italiani (le colonne blu): senza addentrarci nei tecnicismi, questo era un dei canali attraverso il quale iìBankitalia poteva finanziare il tesoro.

Anzitutto, il finanziamento di Bankitalia al tesoro si interrompe bruscamente nel 1981, ma riprende poi per tutti gli anni ’80, per interrompersi definitivamente nel 1990: nel frattempo, l’inflazione era già calata verso valori “normali” e la disoccupazione – che era già alta ad inizio anni ’80 – cresce ancora fino ai livelli mai visti del 12% – per tutti gli anni ’90.

Inoltre, il terzo riquadro indica l’andamento dei tassi di interesse nominali, manovrati da Bankitalia per il controllo dell’inflazione (te lo ripropongo per maggiore chiarezza).

 

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Si nota qualcosa di particolare?
Certo: nel 1981 abbiamo separato Bankitalia dal Tesoro per dirgli “ok cari, adesso con sto benedetto tasso di interesse fate calare l’inflazione e intanto non regalate più soldi al governo” e invece cosa è successo?
Il tasso di interesse è prima stato aumentato fino al 16% si è mantenuto comunque alto per tutti gli anni ’80, in un range tra il 19% e il 12%, in disaccordo con l’andamento dell’inflazione, che calava vertiginosamente.
Capito il senso?

Ci avevano detto che separavano Bankitalia dal tesoro per controllare spesa pubblica, tasso di interesse ed inflazione: e invece la moneta in circolazione (e il tasso di interesse) rimaneva molto alta, ma l’inflazione calava.

Tutt’al più sembra che il tasso di interesse segua l’inflazione – anziché guidarlo – e si sia adagiato su livelli bassi solo dopo che l’inflazione era calata.
C’è qualcosa che non quadra, giusto?

Come ha fatto l’inflazione a calare?

 

 

Nel primo riquadro, l’andamento dei salari nominali e dell’inflazione.
Nel secondo riquadro, l’andamento della disoccupazione (il primo grafico si tenga bene a mente).

 

Pare chiara la correlazione dell’inflazione con i salari reali – anzichè con i tassi di interesse e con la moneta in circolazione. E pare ancora più chiara la correlazione inversa con la disoccupazione.

 

Negli anni ’80 fu creata, deliberatamente, disoccupazione: se il tasso di lavoratori disoccupati aumenta, l’offerta di lavoro (cioè l’insieme di quelli che sono rimasti a spasso) aumenta, giusto?
Se l’offerta di un bene aumenta, il suo prezzo cala: qual è il prezzo del bene lavoro?
Il salario.

L’inflazione dipende, più che dalla moneta in circolazione (come cercano di inculcarci) dai costi dei fattori produttivi, vale a dire lavoro e materie prime: negli anni ’70-’80, l’inflazione esplose per la crescita del prezzo del petrolio (materia prima) e fu riportata a valori normali grazie alla contrazione dei salari – creando disoccupazione.

 

Cattura

 

Tutto questo cosa significa?
Che quello che ci dicono giornali, tv, radio, esperti è sbagliato.
L’inflazione non è controllata dalle politiche della banca centrale ed è invece legata al livello di disoccupazione.

Che le teorie monetariste erano errate: cioè le teorie economiche di allora, sulle quali si basano anche le odierne politiche economiche europee, non hanno trovato per niente riscontro nella realtà.

Detto questo, l’articolo è diventato troppo lungo e si rischia di perdere il filo del discorso.

Il nostro obiettivo rimane quello di capire sia l’attuale contesto nel quale viviamo, sia quello di capire dove andrà il nostro “belpaese”: ti rimando allora alla prossima puntata
per capire la fine che dovranno fare – appresso all’Italia – i nostri soldi (e sopratutto come dovranno essere gestiti).

A presto.

Gabriele Galletta.

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